Su una panchina è rimasto un bicchiere vuoto. Il cestino è a pochi passi, ma adesso chi arriva deve scegliere se sedersi accanto al rifiuto o raccogliere qualcosa che non ha lasciato.
Sono scene piccole. Proprio per questo raccontano con chiarezza che cosa significa condividere un luogo.
Il rispetto degli spazi comuni comincia dal riconoscere che il nostro passaggio non finisce quando ce ne andiamo. Lascia una condizione a chi viene dopo: un tavolo libero oppure sporco, un ingresso accessibile oppure occupato, un prato dove stendersi oppure da ripulire.
Dire «non è mio» dovrebbe renderci più attenti, non meno. Significa che non possiamo disporne soltanto secondo la nostra comodità.
Una piazza non è il cortile di qualcun altro. Una biblioteca non è una stanza senza proprietario. Un sentiero non diventa un luogo dove abbandonare ciò che non vogliamo riportare a casa.
Sono spazi che possiamo usare senza possederli. E questa possibilità merita riguardo.
La cura dei luoghi condivisi non richiede gesti solenni. A volte consiste nel riportare una sedia al suo posto, tenere libero un passaggio, portare via gli avanzi di una merenda. Altre volte significa rinunciare a occupare tutto lo spazio disponibile soltanto perché, in quel momento, possiamo farlo.
Non conosceremo quasi mai chi userà quella panchina dopo di noi. Non sapremo il suo nome, da dove arriva, quanto abbia camminato.
Possiamo comunque lasciargli un posto dove sedersi.
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